Psicologia a cura di il 16/09/2026
Tra le esperienze che contribuiscono in modo importante all’equilibrio della persona vi è una capacità spesso sottovalutata: la capacità di Lasciare.
Lasciare significa poter interrompere, almeno per un po’, il continuo movimento verso qualcosa. Significa riuscire a fermarsi senza vivere la pausa come una perdita di tempo, senza avere immediatamente bisogno di riempirla e senza sentire che ci sia sempre qualcosa da fare.
È una capacità molto più importante di quanto possa sembrare.
La nostra vita ci richiede continuamente di essere attivi, attenti, concentrati, responsivi. Dobbiamo occuparci di persone, impegni, responsabilità, problemi e decisioni. Il nostro organismo è predisposto all’attivazione, ma ha bisogno anche dell’altra parte del movimento: il recupero.
Non possiamo rimanere continuamente "accesi".
Abbiamo bisogno di poter diminuire il ritmo, allentare le tensioni e Lasciare che il corpo recuperi.
Il bambino sa ancora fermarsi
Osservando un bambino possiamo accorgerci di quanto questa capacità sia spontanea quando le condizioni lo permettono.
Un bambino può correre, giocare, parlare, saltare, inventare storie e passare rapidamente da un’attività all’altra. Poi, improvvisamente, può fermarsi.
Si siede.
Si sdraia.
Guarda qualcosa.
Rimane in silenzio.
Non è necessariamente stanco e non sta necessariamente dormendo. È semplicemente entrato in una condizione diversa, nella quale l’attivazione diminuisce e il corpo può recuperare.
Questi momenti possono durare poco, ma hanno una funzione importante. Permettono al bambino di ritrovare un livello di equilibrio dopo l’intensità del gioco, della relazione e della scoperta.
È come se il corpo sapesse naturalmente che, dopo essersi attivato, è necessario anche tornare verso se stesso.
Lasciare non significa dormire
È importante distinguere il Lasciare dal sonno.
Nel sonno ci allontaniamo dalla dimensione della vigilanza e della coscienza ordinaria. Nel Lasciare, invece, continuiamo a essere presenti.
Possiamo sentire il nostro corpo, ascoltare i rumori intorno a noi, percepire il respiro. Semplicemente, non abbiamo più bisogno di mantenere lo stesso livello di attenzione e di controllo.
È una pausa che avviene dentro la vita, non al di fuori di essa.
Il corpo può cambiare posizione, stiracchiarsi, sbadigliare, fare un respiro più profondo. La muscolatura può diminuire il proprio tono e lo sguardo può diventare meno focalizzato.
Anche la mente cambia ritmo. I pensieri possono continuare a esserci, ma perdono quella spinta a dover arrivare subito a una conclusione. Possono comparire immagini, ricordi, sensazioni, associazioni.
Non dobbiamo necessariamente seguirli.
Possiamo lasciarli passare.
Il valore delle piccole pause
Nella vita adulta questa capacità diventa particolarmente preziosa.
Pensiamo a una normale giornata di lavoro. Spesso passiamo molte ore in una condizione di attenzione quasi continua: computer, telefono, appuntamenti, decisioni, comunicazioni, scadenze.
Anche quando cambiamo attività, spesso non cambiamo realmente stato interno. Passiamo da un compito all’altro portandoci dietro la stessa tensione.
Per questo può essere utile recuperare il valore delle piccole pause.
Non è necessario avere un’ora libera. A volte possono bastare pochi minuti nei quali ci alziamo, cambiamo ambiente, lasciamo per un momento ciò che stavamo facendo, facciamo un respiro più ampio, allentiamo le spalle e permettiamo allo sguardo di non essere più concentrato.
La differenza sta nella possibilità di uscire temporaneamente dalla modalità del fare.
Una pausa reale non è semplicemente cambiare attività. È permettere al sistema psicocorporeo di diminuire, anche solo per un breve periodo, il proprio livello di attivazione.
L’incantarsi: una forma naturale di pausa
Nei bambini questo può manifestarsi attraverso quello che comunemente chiamiamo incantarsi.
Il bambino si ferma e lascia vagare lo sguardo. Può osservare una luce sulla parete, una forma, un’ombra, qualcosa che si muove lentamente.
Non sta necessariamente pensando a qualcosa di preciso.
La sua attenzione si è semplicemente allargata.
Il corpo diventa più quieto, i movimenti diminuiscono e la muscolatura può rilassarsi. È una condizione nella quale la mente non deve continuamente selezionare, valutare e rispondere.
Molti adulti ricordano di averlo fatto da bambini: guardare il soffitto, osservare le nuvole, perdersi con lo sguardo fuori dalla finestra, rimanere qualche minuto senza una particolare attività.
Sono esperienze semplici, ma possono rappresentare importanti momenti di recupero.
Per questo non è utile considerare automaticamente ogni momento in cui un bambino "si perde" come qualcosa di negativo. Il semplice fermarsi, fantasticare o guardare nel vuoto può appartenere alla normale capacità di alternare concentrazione e distensione.
Quando non ci si sente abbastanza al sicuro per Lasciare
La possibilità di Lasciare non nasce isolatamente.
Per abbandonare una parte della propria tensione è necessario poter sperimentare una sufficiente sensazione di sicurezza.
Un bambino che vive una condizione di allerta continua, che non si sente adeguatamente protetto o che non ha potuto sperimentare stabilmente la presenza di un adulto capace di sostenerlo, può sviluppare una maggiore difficoltà a diminuire la propria attivazione.
In questi casi il corpo può imparare a rimanere pronto.
Pronto a reagire.
Pronto a controllare.
Pronto a intervenire.
E quando il corpo ha imparato a funzionare in questo modo, fermarsi può diventare sorprendentemente difficile.
Non perché la persona non voglia riposare, ma perché una parte di lei non riesce completamente ad affidarsi alla possibilità di farlo.
Questo permette di comprendere anche il legame tra il Lasciare e altre esperienze fondamentali: essere tenuti, sostenuti, protetti e rassicurati.
Quando queste esperienze sono sufficientemente presenti, diventa più facile allentare il controllo e permettersi una pausa.
L’adulto che non riesce a stare fermo
Nella vita adulta questa difficoltà può assumere forme diverse.
Ci sono persone che hanno sempre qualcosa da fare. Terminato un impegno, ne cercano immediatamente un altro. Anche nei momenti liberi organizzano, sistemano, controllano, programmano.
Il problema non è l’attività in sé.
Essere dinamici, produttivi e pieni di interessi è una risorsa.
La difficoltà compare quando non esiste più la possibilità di fare anche il contrario.
Quando non si riesce a stare seduti senza controllare il telefono. Quando leggere un libro diventa difficile perché la mente continua a correre. Quando una giornata al mare viene riempita di attività. Quando ci si sente in colpa se ci si concede un pomeriggio senza fare nulla.
In questi casi può esserci una difficoltà nel passaggio dall’attivazione alla distensione.
La persona sa fare, ma non sa altrettanto bene Lasciare.
A volte la continua attività serve anche a non entrare in contatto con ciò che emerge quando finalmente ci si ferma. Finché siamo impegnati, la mente è occupata. Quando ci fermiamo, invece, possono comparire sensazioni corporee, emozioni, pensieri o preoccupazioni rimasti sullo sfondo.
E allora si riparte.
Si trova qualcosa da fare.
Si riempie lo spazio.
Non sempre, quindi, l’iperattività è soltanto una caratteristica personale o un’abitudine. In alcuni casi può rappresentare una modalità attraverso cui la persona cerca inconsapevolmente di mantenere una distanza da ciò che potrebbe sentire quando abbassa il livello di attivazione.
Recuperare il piacere di non fare
Ritrovare questa esperienza significa anche riscoprire il valore del tempo non finalizzato.
Un tempo nel quale non dobbiamo produrre, migliorare, risolvere o raggiungere qualcosa.
Possiamo stare sul divano.
Guardare il mare.
Ascoltare una canzone.
Bere un caffè con calma.
Leggere qualche pagina.
Guardare fuori dalla finestra.
Stare semplicemente in silenzio.
Non sono attività "inutili". Sono momenti nei quali possiamo tornare a una condizione di maggiore equilibrio.
Anche il cosiddetto dolce far niente può avere un significato psicocorporeo importante. Non è necessariamente pigrizia e non rappresenta una rinuncia alla vitalità.
Al contrario, poter non fare per un po’ permette spesso di recuperare le energie necessarie per tornare a fare.
Imparare a Lasciare
Nel percorso psicoterapeutico, recuperare la capacità di Lasciare può diventare un passaggio importante.
Non si tratta semplicemente di insegnare alla persona una tecnica per rilassarsi. Si tratta di aiutarla a sperimentare, gradualmente, che può abbassare la tensione senza perdere il controllo, che può fermarsi senza sentirsi in colpa, che può appoggiarsi senza dover sostenere tutto da sola.
A volte si comincia dalle esperienze più semplici: sentire il peso del corpo, riconoscere una tensione, Lasciare che il respiro diventi più libero, permettere agli occhi di riposare, concedersi qualche minuto senza uno scopo.
Sono esperienze apparentemente piccole, ma possono contribuire a costruire una diversa relazione con la propria attivazione.
Il benessere non consiste nell’essere sempre attivi e neppure nel cercare di essere sempre rilassati.
Consiste nella possibilità di passare dall’una all’altra condizione in modo sufficientemente libero.
Attivarsi quando è necessario.
Fermarsi quando serve.
Ripartire quando le energie sono state recuperate.
Questa è una delle funzioni più profonde del Lasciare: permettere alla persona di non essere costretta a vivere continuamente in avanti, ma di poter, ogni tanto, tornare a sé.
Perché fermarsi non significa perdere qualcosa.
A volte significa semplicemente ritrovare le energie per poter continuare.
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